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IL PATRIARCATO NON È TUTTO

Aggiornamento: 8 dic 2023

Intervista alla Dottoressa Arianna Vinci, psicologa e psicoterapeuta, per anni al fianco delle donne vittime di violenza, nella loro battaglia contro un mondo da cambiare.


La dottoressa Arianna Vinci, Psicologa e psicoterapeuta, nell’Agosto 2014 è diventata operatrice del centro antiviolenza “ Io non ho paura “ nella sua regione di provenienza, la Sardegna.

Intervistata da RCInews, racconta la propria esperienza professionale come testimone diretta di femminicidi ed innumerevoli casi di violenza sulle donne, donando un’utile chiave di lettura dei recenti fatti di cronaca che hanno scosso nuovamente la coscienza nazionale.

La natura di questo problema e del suo contenimento, è tra le più complesse ed inattese, perché la donna vittima di violenza è una creatura fragile e triplice vittima: di sé stessa, del suo carnefice e della società intera.

Esiste dunque una schiera di fattori altamente influenti e concatenati, partecipi a questi fenomeni di cronaca.


Uno dei primi “ miti da sfatare” , esordisce la psicologa, è l’associazione del fenomeno al narcisismodell’uomo carnefice.

Statisticamente, il soggetto maschile violento, non è necessariamente caratterizzato da tratti “ narcisistici “, ma è indubbiamente interessato da un alto livello di psicopatia: questo è uno dei fattori ritenuto veramente predittivo della predisposizione alla violenza interna alla copia e non.

Al contrario, non rientra in tale cerchia di fattori determinanti il patriarcato, oggi inteso come esecutore materiale più comune di femminicidio.

La violenza, così come raccontata dalle stesse vittime alla psicologa, non esprime nessun carattere riconducibile a vecchi retaggi culturali e sociali: ha caratteristiche che potremmo definire universali, delle quali il patriarcato è stato solamente una forma storica di espressione.

Ad essere analizzata, è una dimensione umana senza tempo, che non necessità di alcuna giustificazione storica, politica o geografica per definirsi.


I fatti e le testimonianze alle quali dobbiamo riferirci, fornisco prove e concetti del tutto diversi da quelli che i mass media propagandano per scopi interni al loro stesso sistema.

La violenza contro la donna, ad esempio, si svolge in modo ciclico, a cadenza regolare e con periodi di apparente stasi e buona condotta della controparte violenta, seguiti da un risveglio del fenomeno latente con rapida escalation, fino al raggiungimento di un culmine.

Questo, se non definitivo per la vittima, porterà al pentimento del carnefice o alla sua “concessione” del perdono alla vittima, fino a riacquisire miracolosamente schemi di comportamento normali, talvolta affettuosi nei suoi confronti. Quanto descritto, avviene in modo totalmente indipendente da geografie, livelli socio-economico, culture e grado di istruzione.

Infatti, vista nel suo complesso, la violenza è un elemento totalmente trasversale, priva di un confine netto, di una forma precisa o di una condizione più scatenante di altre .

Crea scalpore la violenza sulle donne, perché resa statisticamente rilevante ed in netto contrasto con tutti gli ideali femministi, alimentando così un clima sociale di odio e tensione.

Tuttavia, si tratta solamente di una delle tante sfumature di questo lato occulto ed ignorato della natura umana: si considerino anche i molto meno frequenti uomini vittime di donne violente, oppure i bambini vittime di violenze perpetrate dai genitori, il terrorismo dilagante oppure i genocidi della storia, antica e moderna. Anche il ricatto economico del coniuge è ritenuto pur sempre una violenza.

Gli anni vissuti in diretto contatto con questa oscura dimensione umana, racconta ancora, hanno portato ad una sola conclusione, che trascende gli schemi in cui si tenta oggi di inquadrare il fenomeno: combattiamo contro un male che non deve essere distinto per genere della vittima o per pura algebra applicata a dati statistici.

Il femminicidio, è definito come omicidio di una donna per motivi legati al genere e, a tali questioni, si ricollega l’essenza del patriarcato: idee arcaiche di inferiorità del genere femminile, radicate nel pensiero popolare, sociale, culturale ed economico.


Ad un’attenta riflessione obiettiva, può essere questa idea ritenuta condizione sufficiente a giustificare un omicidio?

Oppure, sarà forse necessario qualcosa di più di un retaggio ?

La storia ci ha sempre posti di fronte a fenomeni dei quali, la vera causa scatenante , era la pura violenza insita nell’uomo. Non esistono pretesti tanto forti da scatenare guerre o porre fine alla vita di una donna, senza quell’eterno istinto umano indomato e pienamente assecondato.

L’oggettificazione della donna, nel patriarcato, ha costituito semplicemente il pretesto ed il movente perché questa essenza umana si esprimesse quasi liberamente, essendo stata poi assimilata e normalizzata dalla cultura del tempo.

Ma non si può pensare, afferma la psicologa, di cambiare una società cavalcando l’onda degli eventi tragici, ed ignorando l’universalità della causa reale e la vastità del suo campo d’azione.

Solo dando il giusto nome al problema e solamente comprendendone tutte le sue implicazioni, un giorno potremo pensare di consegnare alla storia il femminicidio, la guerra, gli infanticidi, i genocidi ed ogni altro orrore.


Nel lungo termine, per domare questa atavica natura umana, l’unica soluzione risiede nell’attenzione costante all’intelligenza emotiva, a protezione della fragilità dell’essere umano e come base di ogni principio e stile di vita, da oriente a occidente. In conclusione, la persona violenta, sia questa uomo o donna, italiano o extracomunitario, è da considerarsi prima di tutto preda dell’istinto.

Si parla di soggetti emotivamente aridi, privi della capacità di gestione dei propri impulsi emotivi e sostenuti da un ampia gamma di fattori secondari non meno preoccupanti.

Il patriarcato è semplicemente uno di questi: il patriarcato non è tutto.


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