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REDDITO, LAVORO E POVERTÀ: UNO SGUARDO D'INSIEME

Aggiornamento: 4 dic 2023

Piena estate: tra località balneari sovraffollate e città invivibili a causa delle temperature elevate, il cellulare di quasi 200 mila cittadini si è illuminato all'arrivo di un sms che ha comunicato loro la fine del periodo di fruizione del Reddito di Cittadinanza.


Un'abolizione più volte annunciata che, dopo essere stata inserita tra gli obiettivi politici dell'attuale Presidente del Consiglio, è diventata realtà con l'approvazione, lo scorso maggio, del Decreto Lavoro.

Dal 1 settembre, coloro che hanno ricevuto la comunicazione, ovvero i cosiddetti occupabili, non hanno più diritto ad alcun sussidio. Chi invece ha nel nucleo famigliare un anziano, un minore o un disabile potrà usufruire della misura fino al 31 dicembre, data in cui il Reddito di Cittadinanza verrà definitivamente soppiantato dall'Assegno di Inclusione, un indennizzo che interesserà solo i cittadini che possiedono i requisiti sopracitati.

Quel breve messaggio si è così calato, alla stregua di una scure, sulle centinaia di migliaia di persone aventi diritto alla misura che si trovano ora a dover fare nuovamente i conti con la piaga della precarietà e con gli effetti della crisi post- pandemica ancora in atto. Un baratro economico e sociale che il sussidio, in 4 anni di esistenza, ha contribuito a rendere meno profondo.

Infatti, come evidenzia il report Istat Mercato del lavoro, redditi e misure di sostegno, pubblicato a marzo e riferito al biennio 2020-2021, il 74% delle famiglie beneficiarie apparteneva alla fascia economicamente più fragile della popolazione. L'attacco al Reddito di Cittadinanza si colloca in un ben preciso paradigma neoliberista in guerra contro le classi più svantaggiate: la povertà è criminalizzata e le sue cause non sono più una responsabilità collettiva poiché prodotte da un modello economico intrinsecamente ingiusto e insostenibile, ma diventano una colpa del singolo individuo che “non fa abbastanza per uscire dalla subalternità”.

È bene notare, però, che lo stesso Reddito di Cittadinanza, per come è stato attuato, è rientrato pienamente in quella logica. La fruizione da parte dei beneficiari è stata infatti subordinata e condizionata dalla loro iscrizione ai Centri per l'Impiego, dalla loro disponibilità a seguire corsi di formazione e/o riqualificazione professionale nonché dalla documentata ricerca attiva di un impiego con conseguente accettazione dello stesso, pena il decadimento del beneficio dopo tre offerte di lavoro rifiutate. Questo significa legare gli interventi di tutela sociale all'impegno e merito individuale misurato sulla base della volontà di inserirsi nel mercato del lavoro, nonostante questo, in tantissimi casi, possa significare ricadere nello sfruttamento del lavoro sottopagato e permanere comunque in una condizione di povertà assoluta o relativa. Nel saggio “Reddito di cittadinanza. Emancipazione o lavoro coatto”, gli autori - Giuliana Commisso e Giordano Sivini - fanno riferimento al Workfare State, un sistema che, in contrasto al Welfare State, sostiene i bisogni del mercato imponendo quelle strategie di coercizione al lavoro sulle quali si basano i requisiti per accedere a certe misure assistenzialistiche, come accaduto in Italia con il Reddito diCittadinanza.

Tutto ciò accompagnato dalla carenza. tutta italiana, di norme che tutelino la classe lavoratrice, come una legge sul salario minimo o la messa al bando di contratti precari e inadeguati a rendere economicamente emancipati quei lavoratori chiamati, per questo motivo, working poors.

Secondo dati INPS, infatti, nel 2022, gli occupati sotto la soglia di povertà erano 4,3 milioni in totale mentre, nel 2023, 20.300, dato però parziale perchè considera solo chi lavora a tempo pieno tutto l'anno ed esclude i lavoratori part time, agricoli, domestici e stagionali. Un inedito metodo di contare i lavoratori poveri adottato quest'anno dall'Istituto: che possa essere una scelta politica finalizzata a spegnere l'attenzione sulla sentita questione del salario minimo?

Un quarto della popolazione, occupata e non, risulta invece a rischio povertà. Numeri da contestualizzare in un momento storico caratterizzato da molteplici incertezze: dall'emergenza abitativa alla morsa dell'inflazione, dalla crisi climatica allo smantellamento dei servizi pubblici, come Sanità e Istruzione, in favore del settore privato. Per questo, tanto è lo sgomento di chi, in questo ultimo anno, si è speso in difesa del Reddito di Cittadinanza: dai collettivi agli esponenti politici dell'opposizione, tutti, seppur con premesse e soluzioni diverse, affermano che procedere alla cancellazione della misura, invece che al suo miglioramento, rischia di portare dritti all'ennesima macelleria sociale, i cui effetti più devastanti verranno sentiti soprattutto nel Mezzogiorno, area in cui risiede la maggioranza della popolazione avente diritto al sussidio.

Nel frattempo, in diverse città, tra tutte Roma e Napoli, sono state organizzate manifestazioni per esprimere dissenso nei confronti della decisione del Governo. Le rivendicazioni sono chiare e vengono scandite a gran voce: “vogliamo campare, vogliamo un reddito universale”. E questo per loro può significare soltanto vedersi riconosciuto il diritto a un'esistenza finalmente degna.



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