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CIAO MAMMA, GUARDA COME MI DIMETTO

Si parla di epidemia di dimissioni giovanili, quasi a voler ascrivere il fenomeno alla lista dei tristi sconvolgimenti nazionali degli ultimi anni.

Sempre più giovani italiani abbandonano i loro posti di lavoro, preferendo una libera incertezza alla certa monotonia di un sistema lavorativo ormai anacronistico e limitativo della libertà.

Riuscirà il sistema a comprendere e superare la sfida ?

 

 

Negli Stati Uniti, le “ grandi dimissioni” o “ great resignation”, sono un fenomeno ormai già consolidato ed accolto da diversi anni.

In Italia, con portata ridotta, è dall’inizio dell’era post-pandemica che, il fenomeno delle dimissioni di massa giovanili, inizia a guadagnar terreno e far storcere il naso al sistema nazionale.

Con uno spettro ampio e ben definito di motivazioni, i numeri in costante ascesa sui dati del lavoro, definiscono una realtà dei fatti più assimilabile ad un risveglio collettivo giovanile che ad un fuoco di paglia di un nuovo ’68 o una qualsiasi altra ribellione giovanile.

 

Sempre più con minor frequenza, la necessità o l’urgenza si pongono alla base di tale scelta, nettamente sovrastate da questioni di principio e preferenza di un diverso stile di vita.

Appare come un volontario e ponderato sottrarsi al sistema lavorativo, definito antiquato, non meritocratico e totalmente alieno all’ideale di vita equilibrata che i giovani cercano sempre più, fino ad esigerlo.

Inoltre, considerando l’altro annoso ed antitetico problema della disoccupazione giovanile,

il paradosso si rende ancor più difficile da celare per le forze di governo.

 

Laddove vi sia difficoltà a trovare lavoro e, contemporaneamente, un dato in aumento sull’abbandono di tale lavoro da parte di chi lo ha trovato, sarebbe lecito e doveroso porsi una semplice domanda, sull’eventualità che sia il mondo del lavoro nazionale - e non i giovani - il vero malato da curare.

La forza-lavoro giovanile, si immerge in una palude lavorativa odierna mai depurata, dove arretratezza, avidità, mentalità obsolete, irregolarità, “ italianità” negativa ed ottusità fanno da regine incontrastate.

È un sistema vecchio che inizia a fare i conti con un cambio della guardia tutt’altro che sereno, ma quasi dal sapore di guerra civile, perché non più compatibile con l’ideale di vita  che i giovani difendono.

L’ambizione al posto fisso, alla pensione in età accettabile ed alla “stabilità”, non sono più tematiche portanti per i giovani lavoratori, perché “ancorate” ad un sistema lavorativo obsoleto e mai reindirizzato verso il futuro, se non a colpi di deboli manovre discutibili, che definivano solamente nuove categorie di inoccupati o disoccupati, senza mai ridurne il volume.

 

Al di là della “fissità” del posto di lavoro, sia questa per un tempo determinato o indeterminato, resta dunque un clima lavorativo poco stimolante, l’assenza di prospettive invitanti di crescita professionale ed umana, di opportunità di carriera valide, di possibile sostegno a passioni e competenze nuove.

Il rapporto asimmetrico tra mondo universitario e mondo lavorativo completa poi il quadro di questa epidemia, con un netto scontro tra logiche formative e logiche economiche.

È ormai tristemente consolidata, l’idea che nel futuro di certi percorsi formativi ad indirizzo umanistico o di certi corsi universitari triennali inflazionati, vi sia probabilmente qualche anno da addetto al servizio di sala in un Mc.Donald o mansioni totalmente aliene a tutto il precedente percorso formativo intrapreso, seppur brillante e “ in corso”.

 

Per l’Italia, le dimissioni giovanili crescenti, rappresentano un grave problema multidisciplinare da non ignorare a favore di politiche “ tappabuchi”, destinate solamente a perpetrare errori e cecità.

Con il calo di risorse umane disponibili, si riscontrerà un ancor più grave calo di talento disponibile, appiattendo nel lungo termine le proiezioni di crescita, innovazione ed avanzamento verso il futuro, parametri veritieri della salute economica di un paese, nel lungo termine.

 

Solo un serio impegno congiunto del sistemi formativo e lavorativo, unito ad una sana consapevolezza e comprensione della realtà globale giovanile e ad un globale sostegno valido ai processi di creazione e mantenimento di nuovi posti di lavoro, possono riassorbire il fenomeno epidemico in corso ed invertire i preoccupanti trend.

 

Al contrario dei numerosi giovani che cercano un futuro all’estero, l’economia non può prendere nessun aereo per ricominciare altrove. 

 


Negli Stati Uniti, le “ grandi dimissioni” o “ great resignation”, sono un fenomeno ormai già consolidato ed accolto da diversi anni.

 

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