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FIGLIARE O NON FIGLIARE: QUESTO E’ IL DILEMMA - Il freddo inverno demografico

  • Immagine del redattore: Andrea Mastrullo
    Andrea Mastrullo
  • 5 ago 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

di Andrea Mastrullo


Se I ‘inverno meteorologico sembra giocare ormai a nascondino, quello demografico in Italia si fa ogni anno più rigido. Le nascite si fermano a 370mila (-2,6% rispetto al 2023). Questo è quello che si evince dagli ultimi dati ISTAT prelevati dalle ricerche effettuate nel 2024. Il calo è più visibile al Nord e nel Mezzogiorno; infatti, mentre al Centro il numero medio di figli per donna si mantiene stabile (pari a 1,12), nel Settentrione scende a 1,19 e nel Sud a 1,20.

Allarmante? Secondo gli esperti non più del solito, visto il trend degli ultimi anni, ma preoccupante abbastanza da farci smettere di scrollare Instagram per un attimo e chiederci: perché davvero non vogliamo più fare figli?

Qual è il reale motivo per il quale le generazioni maggiormente in età fertile (millenials e seguenti) preferiscono non “donare” la vita ad un altro essere vivente?

 

In un mondo in cui tutto si può mettere in discussione, c’è ancora un tabù intoccabile: non voler figli. Non tanto il “non poterne avere”, che suscita empatia e compassione, e del quale non ci si azzarda neanche a dire “beh”, ma proprio la scelta attiva, lucida, meditata di “non volerli”. Quella che fa sbarrare gli occhi e zittire coloro che hanno il brutto vizio di sentirsi un po’ troppo sopra le righe e che quasi sempre si definiscono “open – minded”.


Perché, sempre più spesso, si sceglie consapevolmente di non diventare genitori?

Parlare con chi ha scelto di non avere figli è spesso illuminante. Non trovi cinismo o rifiuto della vita, ma piuttosto una forma sofisticata di responsabilità, ovvero una volontà profonda e un’idea radicata che, prima di generare qualcuno, bisogna “sapere di volerlo davvero”. E se la risposta è “non lo so” o peggio, “non lo voglio”, forse è meglio fermarsi.


In un Paese dove la maternità è ancora vista come coronamento della femminilità, e la paternità come passaggio obbligato al ruolo di “uomo adulto”, chi non si adegua viene percepito come manchevole; ma dietro questa scelta ci sono spesso riflessioni molto più profonde e ragionate. Prime fra tutte sicuramente quelle di natura più “egoistica” tipo il non voler rinunciare alla propria libertà, o non aver bisogno di un figlio per sentirsi appagati. In secondo luogo ci sono motivazioni come il non voler mettere al mondo un figlio o una figlia in un mondo governato da persone concentrate solo sul rendere invivibile il nostro pianeta: sotto ogni punto di vista. Duole ammettere, a tal proposito, che le ultime generazioni sono cresciute in un mondo e in una società che ha riempito le loro orecchie e cervelli di demagogismi e aspettative, che giorno dopo giorno sono state e sono tutt’ora costantemente infrante. Tra di loro ci sono quelli e quelle che i figli li vorrebbero eccome — ma il mondo glielo impedisce. Persone che amano, eppure vengono considerate “contro natura”; famiglie che esistono nei fatti, ma non sulla carta: tutto perché qualcuno, da qualche parte, ha deciso che l’amore deve seguire regole scritte duemila anni fa: “Una famiglia è un uomo, una donna, dei figli”, ovviamente avuti in maniera naturale. E se la vera famiglia fosse solo dove c’è amore, rispetto e la libertà di non doversi giustificare?

 

A questo punto tocca anche affrontare il discorso “lavoro”. Non per altro, secondo un sondaggio Unipol–Ipsos, oltre il 40% dei giovani tra i 20 e i 35 anni identifica l’instabilità lavorativa e i costi insostenibili della vita il principale deterrente alla genitorialità; questo si percepisce maggiormente nel Sud Italia, dove il 44% dei giovani individua il lavoro precario l’ostacolo primo alla costruzione di una famiglia. I motivi subito dopo sono: mancanza di servizi (asili e supporto familiare), stipendi fermi dagli anni ’90 e un mercato immobiliare che in Italia ormai è arrivato ai livelli di Central Park, per il quale verrebbe da dire (utilizzando lo slang attuale): “anche meno”.

 

Unendo tutto ciò insieme, è chiaro come, oggi, “fare figli” è a tutti gli effetti anche un privilegio socioeconomico più che una scelta. Eppure c'è sempre qualcuno pronto a dire: "Ma un modo lo trovi..." oppure la mitica: "Se aspetti il momento giusto, non li fai più." Frasi che suonano come quelle cartoline motivazionali in cucina, però basta con il paternalismo o questa “superficialità” gratuita. I consigli dati “così tanto per”, sono quelli che se ascoltati e non ponderati, possono creare un domani dinamiche ben più “pesanti” che il non averne proprio.


Non lo prescrive il medico e (volendo scomodare l’Altissimo) manco la Bibbia che bisogni figliare a tutti i costi. Questa aura quasi sacrale e questo idolatrare in maniera quasi ossessiva alcune volte la genitorialità, rende a tratti fastidioso l’approccio a situazioni in cui invece la volontà di essere genitori c’è ed è concreta; sembra quasi che chi non procrea abbia fallito la propria missione esistenziale. Senza contare quell’obbligo morale e ingiustificato di dover essere felici a tutti i costi per la lieta novella di amici e parenti, i quali si aspettano festoni, sorrisi e lacrime a cascata. Viene da dire a queste persone che nella tavolozza emotiva dell'essere umano, ne esiste anche uno chiamato “indifferenza” che deve essere accettato e non visto per forza in chiave negativa; ci sono individui a cui la cosa non crea nessun tipo di smottamento interno e anzi il dover far finta di esternare una fugace e finta contentezza, rende quasi spiacevole il trovarsi in determinate “scenette” a recitare un copione dove la felicità standardizzata, quasi isterica, alle volte becera è il trionfo del “queste sono emozioni che dovremmo provare”.


Se da una parte c’è chi ha il bisogno intrinseco, incomprensibilmente forte, al punto tale da rendere egoistica anche la scelta di volere dei figli (e di solito sono quelli che hanno come mantra la frase “voglio un figlio”), c’è anche chi rivendica con forza e fermezza il diritto di crescere se stessi, anziché far crescere; non per egoismo, ma per scelta: quella di dedicare tempo, risorse ed energie a progetti, relazioni e percorsi che non prevedano dover cambiare pannolini e fare “cambiali” per poter permettere un futuro a quell’essere che (e questo va tenuto a mente) merita una vita che si possa definire tale. Mettere al mondo qualcuno solo per colmare un vuoto interiore non è più socialmente sostenibile. Un figlio merita tutto: tempo, energie, spazio emotivo, stabilità. Se non ce l'hai, o non vuoi darlo, è meglio non fingere. Problema che pochi forse si pongono e che renderebbe più ”naturale” e “maturo” il decidere di averne, considerando tutte le variabili, tralasciando invece la visione automatica, sociale e istituzionalizzata.


In fondo, che si decida di diventare genitori o meno, il mondo è pieno di chi non ha mai davvero voluto esserlo (e si ritrova a farlo), e di chi avrebbe potuto o potrebbe essere un esempio meraviglioso e che purtroppo o per scelta non ha la possibilità di farlo.

Forse la domanda gusta non è: "Voglio un figlio?", ma: "Sono pronto ad averne uno considerando tutto quello che ne deriva? Sono pronto a farlo crescere in un mondo che non posso scegliere?" Se la risposta è no, va bene così. Non esiste una decisione giusta, esiste solo quella autentica. E magari, in quella sincerità, c'è già tutto l'amore e l’altruismo del mondo.

Inverno demografico
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