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MEDICI IN GUERRA E CODICE DEONTOLOGICO

Intendo manifestare piena solidarietà e sostegno ai colleghi medici -e soprattutto ai volontari- che svolgono il loro operato in zone di guerra e di occupazione militare, a rischio continuo della vita pur di stare accanto ai loro pazienti.

Tecnicamente sono degli eroi.

 

In zona di guerra un medico cura i feriti da qualsiasi parte essi provengano. Se ci sono ospedali da campo in entrambi i fronti, capita addirittura talvolta che si scambino i pazienti.

 

È la provvisorietà della vita che si sperimenta in queste situazioni, e il vero coraggio, che non è quello di rischiare la vita per riuscire ad ammazzare qualcuno, ma quello di riuscire ogni giorno a salvare una vita rischiando la propria. È andare oltre l’idiozia della guerra e la manipolazione di ogni cosa, abitare la volontà di guardare dritto all’unica cosa che ci rende umani.

 

Mi chiedo da mesi perché nessun Ordine dei Medici abbia mai pubblicato un messaggio di solidarietà ai colleghi che in questo momento sono esposti nelle zone di combattimento.

Informalmente mi dicono che non si potrà fare. Si deve stare attenti alla possibile manipolazione del messaggio a livello politico. Sarebbe anche una presa di posizione autonoma in nome di una categoria la cui azione autonoma non esiste più, infatti l’Ordine è un organo statale, una cinghia di trasmissione delle intenzioni governative ai singoli medici.

 

Beninteso, il Codice di Deontologia Medica al quale tutti i medici sono tenuti ad obbedire afferma la autonomia della professione e l’obbligo di combattere ogni ingerenza esterna. Ma che succede se questa ingerenza è quella governativa?

 

La questione è delicata e non si può nemmeno risolvere, al limite, con delle dimissioni dall’Istituzione per “incompatibilità etica” da parte del singolo sanitario. La legge italiana, infatti, proibisce la pratica professionale ai medici non iscritti all’Ordine.

La “incompatibilità etica” è qualcosa che non esiste nemmeno in una professione regolata da un Codice Deontologico.

 

La parola deontologia vuol dire “ciò che si deve fare”, e non pertiene necessariamente a “ciò che è giusto”.

La solidarietà ai medici che, quando un ospedale è bombardato non se ne tornano a casa ma continuano a stare vicini ai malati, sarebbe un gesto giusto. Ma non è “ciò che si deve fare”…

 

Rispetto all'etica, la deontologia è fondata sui doveri: aldilà dei principi etici, che a seconda dei casi possono o non possono essere seguiti, vi sono dei comportamenti che il professionista è tenuto a seguire a prescindere da qualsiasi situazione. Alcuni comportamenti devono essere adottati, ed altri comportamenti è doveroso evitarli.

 

Se ricordate, anche durante le varie fasi della scorsa emergenza sanitaria vi sono state persone che hanno criticato l’operato di alcuni medici che sarebbero venuti meno ad alcune norme etiche, appunto per attenersi al loro Codice. Potrebbe essere successo…

 

Infatti, puoi andare a prestare la tua opera volontaria in Palestina o in Ucraina sotto il fuoco dell’artiglieria senza infrangere il Codice Deontologico, ma l’Ordine non potrà esprimerti la sua solidarietà.

Facciamocene una ragione.

 

Vorrei chiedere dunque al Presidente ed al consiglio Direttivo del mio Ordine dei Medici che manifestino un messaggio pubblico di piena solidarietà e sostegno ai colleghi -e soprattutto ai volontari- che svolgono il loro operato in zone di guerra e di occupazione militare, a rischio continuo della vita pur di stare accanto ai loro pazienti.

 

Mi sembra un atto dovuto, ed una attestazione coraggiosa del nostro ruolo professionale, oltre ogni paura di manipolazione politica di un messaggio genuinamente umano.


medici che svolgono il loro operato in zone di guerra e di occupazione militare, a rischio continuo della vita pur di stare accanto ai loro pazienti.  Tecnicamente sono degli eroi.
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